Indubbiamente un mercato in cui le contrattazioni di beni e servizi sono cresciute a dismisura, assieme alla possibilità per ognuno di noi di poter “dialogare” senza limiti, ha recato, quale inevitabile conseguenza, un analogo aumento delle occasioni di conflitto. Del resto non è possibile misconoscere che l’aggressività  che va a connotare l’uomo non è scomparsa ma è stata sublimata in altre forme, tra le quali il continuo ed instancabile ricorso alle aule di giustizia. Queste aule, però, sono in grado di poter offrire accesso ad un diritto, pur garantito dalla Costituzione (ex art. 24), solo a prezzo di un percorso impervio che si risolve, di fatto, nella rinuncia di far valere le bagatelles,  forse irrisorie singolarmente considerate ma di importo ragguardevole se viste nel loro insieme. Inevitabile, dunque, l’esigenza di percorrere altre strade, in cui accanto alla giustizia “ordinaria”  trovassero cittadinanza forme “alternative” di soluzione delle controversie, in grado di rispondere con l’accessibilità, la celerità, la competenza del decidente, a quelle esigenze cui i nostri tempi, sin troppo veloci, non possono più fare a meno. L’etichetta di “giustizia alternativa” serve quindi a segnalare che si tratta, per un verso, di qualcosa di familiare (la giustizia) e, per l’altro, di qualcosa che se ne distacca, facendo perno sulla “conciliazione”, quella della mediation, di cui oltreoceano si sono sviluppati modelli differenziati. Da una quindicina d’anni, il legislatore italiano ha segnato un percorso diverso per la deflazione della giustizia, con interventi normativi che si dispiegano in vari settori. Tutto questo processo è giunto a far emergere, anche nel nostro Paese, la categoria dei metodi alternativi di soluzione delle controversie (in acronimo: ADR – Alternative Dispute Resolution), metodi che, sulla base dello schema dello scambio contrattuale, danno rilievo, per lo più, alla libera autodeterminazione delle parti. Il meccanismo giudiziale, si riduce sostanzialmente in una operazione di “riscrittura” contrattuale grazie all’intermediazione di un terzo, il c.d. “conciliatore”. Il conciliatore non amministra la giustizia, non stabilisce cosa è giusto e cosa è sbagliato, perchè questo è un bene pubblico che, come tale, è -e deve essere- amministrato dallo Stato per il tramite dei giudici. Il conciliatore, al contrario, nell’ambito di una situazione non contenziosa, non deve stabilire nessuna verità ma aiutare le parti a capire che non vi è alcuna verità che possa soddisfarle entrambe al termine della corsa della macchina giudiziaria. Non la parte vincitrice, che mai recupera completamente i danni patiti; non la parte soccombente, alla quale resterà sempre l’idea di una sorta di truffa, in cui l’avvocato della controparte ha sfoderato qualche inatteso colpo basso.

Il conciliatore, nel ridurre il deficit informativo delle parti, deve proporre una soluzione non solo in grado di risolvere la questione ma anche così avvincente da costituire la base per un rinnovato patto tra le parti. Ecco, quindi, il valore dell’adesione volontaria; di quell’adesione che deriva, non già dalla minaccia della coercizione, ma dal convincimento che un “terzo” esperto ed estraneo alle idiosincrasie dei contendenti, ha trovato quella soluzione che era ad un palmo di naso dalle parti ma che queste – accecate dall’impeto rivendicatorio – non erano in grado di vedere compiutamente. Questa è la mediazione, una “autogestione” di una situazione che non richiede lo stabilire verità assolute ma solo soluzioni convenienti, in cui non c’è nulla di male se (una volta tanto) vincono un pò entrambi le parti, situazione che, in giudizio, è un mero caso di scuola.

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